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BENVENUTO IN MIA CASA |
Dopo lunghe peripezie finalmente ce la feci: il drago era sconfitto!
Io lo guardavo dall`alto, tronfio.
Avevo finalmente raggiunto il mio scopo.
Avevo finalmente sconfitto il drago.
Fù quello il momento in cui mi successe la cosa più strana della mia vita: il drago rivolgendosi a me disse:
"Bravo guerriero, sei riuscito in una impresa in cui nessuno era riuscito prima d`ora!"
La sua voce era pacata, calda e ferma allo stesso momento: ne fui avvolto.
All`improvviso sentii la mia gola bruciare, il mio stomaco farsi di fuoco, il mio cervello incandescente.
Non capii subito cos`era successo.
Sentivo un dolore lancinante provenire dal mio ventre, la vista era appannata, i sensi mi stavano per abbandonare.
Ero assente.
Ero triste.
Ero sconfitto.
Cercai di restare sveglio, il cervello diceva di lasciarsi andare ma il mio corpo non rispondeva, ero in balia di me stesso.
Solo allora capii di essere disteso al suolo, dolorante tentai di muovermi.
Mi accorsi che del sangue fuoriusciva da una ferita. Sanguinavo, ma nessun colpo di spada mi era stato inferto.
Decisi di stare immobile.
Alzai lo sguardo.
E vidi me stesso.
Ghignante.
Questo l'ho scritto anni fa, me ne ero quasi dimenticato. Oggi l'ho riletto e mi è piaciuto, nonostante tutto...
Appena finita la festa. Tutti si allontanano, ognuno con la propria auto. Qualcuno l'ha lasciata parcheggiata nel cortile per andare via con qualcun'altro, chi perchè troppo ubriaco per guidare, chi perchè vuole continuare la serata altrove in compagnia di amici, chi perchè ha conosciuto quello che spera possa essere l'amore della sua vita, o almeno una gradevole scopata in qualche sgradevole postaccio nel quale parcheggiare l'auto, possibilmente al riparo da sguardi indiscreti. Possibilmente gradevole, anche se l'importante è poter dire di essersi appartati con uno sconosciuto la sera precedente.
Nessuno rimane a farle compagnia stanotte, lei non ha trovato nessuna voglia particolare, e ancora non riesce a trovarla.
La casa è grande, silenziosa. Troppo estesa per essere abitata da una ragazza sola. Il piano superiore è il suo preferito nelle ore piccole, ma stanotte non ha voglia di salirci.
Troppo stanca per farsi una doccia o semplicemente struccarsi.
Troppo stanca per spegnere lo stereo o semplicemente abbassare il volume.
Troppo stanca per poter vivere o semplicemente pensare di farlo.
Il salone addobbato a festa si è appena svuotato. Più di un centinaio di amici, amici degli amici, nemici degli amici, nemici dei nemici, lo ha affollato per tutta la notte. Domattina le domestiche lo puliranno. Ha strappato sorrisi a tutti stasera, sa essere molto spigliata quando vuole, può fingere sicurezza e allegria quando lo desidera. Molti sorrisi ha donato stasera, sa essere un'ospite perfetta quando vuole, può fingere cordialità e simpatia quando lo desidera.
Ha notato i loro sguardi però, non appena si allontanava. Loro avranno notato i suoi? Avranno letto i suoi pensieri? Avranno capito che avrebbe preferito esere ovunque tranne che in casa propria stasera?
In realtà non le importa. Domande retoriche non possono che ottenere risposte scontate.
Il salone è colmo di spazzatura, di tutto a terra, si è davvero esagerato stasera. Vetri rotti, briciole, cartacce. Ha trovato persino un cappello, un portafogli ed un tanga nero di pizzo, trasparente. In effetti senza questo minuscolo pezzo di stoffa non dev'essere molto diverso per la proprietaria, non sembra poter coprire un granchè. Sarà contento chi l'ha sfilato, o contenta...
In piedi di fronte al divano, si sfila i pantaloni, dopo aver slacciato la cintura e la cerniera. La camicetta anche, dopo aver slacciato uno ad uno tutti i bottoni, con movimenti lenti. Che fretta ci può essere?
Il suo corpo modellato da ore giornaliere di step, spinning ed aerobica, rimane coperto solo dalla biancheria intima e da un paio di autoreggenti.
Che intenzioni avevi stasera?
Con un sorriso domanda a se stessa, guardando verso il basso.
Nessuna, in realtà. Guarda i suoi vestiti a terra di fianco al divano sul quale si sdraia.
Pochi attimi le bastano per addormentarsi.
"Chi sei tu che mi appari sempre in sogno?"
"Sai benissimo chi sono"
"Ma io non ti ho mai visto..."
"Hai bisogno che qualcuno ti dica chi è la persona che vedi ogni mattina riflessa nello specchio?"
"Tu non sei me, non è possibile"
Si agita nel sonno, rischiando di cadere dal sofà. Mugugna qualcosa, non urla, ma in ogni caso nessuno avrebbe potuto sentirla.
Lei non è in grado di vedere la figura della protagonista del suo sogno, che rimane nell'ombra.
"Vieni avanti, mostrati. Non puoi tenermi celata la tua identità per sempre!"
Ora alterata la sua voce, non solo dalla rabbia. Resa stridula, la sua voce, dalla paura.
La figura avanza dall'ombra, entrando nel cerchio di luce. Indossa la stessa biancheria intima della ragazza. Non parla, pare vacillare, insicura.
La ragazza finalmente vede la persona che sogna da mesi, o quello che ne rimane.
Il suo corpo è in decomposizione, il suo colorito livido, la sua pelle malandata, in alcune parti del tutto mancante, come se qualche minuscola boccuccia di qualche minuscolo animaletto se ne fosse cibato.
Vermi forse.
Sul suo viso esangue si posa lo sguardo dell'inorridita giovane, finchè la figura a lei dirimpetta non inizia ad alzarlo lentamente. Sangue corre lungo il suo collo, ininterrottamente. Un foro di pochi centimetri di diametro si apre sul suo mento.
Urla la ragazza, e così si sveglia da quel terribile incubo.
Si alza dal divano di scatto, completamente sudata. Spaventata.
Di corsa raggiunge il piano superiore.
Cos'ho sognato? si domanda, tremante. Non ricorda...
Si avvicina alla cabina armadio della sua stanza, che apre senza indugi.
Si china, iniziando a frugare nel fondo, finchè non trova una scatola di scarpe.
La afferra tra le mani, dirigendosi in fretta verso la finestra.
Apre la scatola, estrae il suo contenuto, quindi getta il cartone giù.
Con le quattro dita più lunghe tiene stretto il calcio, il pollice posato sul grilletto.
Alza il mento, ripetendo il movimento della figura vista in sogni, pur senza ricordarsela.
Il freddo della canna appoggiata contro il mento scuote in uno spasmo il suo corpo vacillante.
Non voglio più soffrire.
Un solo colpo le basta.
Il vecchio si distingue per portamento, fiero e sicuro nonostante l'età, abbigliamento, sembra provenire dalle campagne di mezzo secolo fà, espressione, incuriosita e divertita da ciò che vede. Il vecchio porta con se un carrello, di quelli che le anziane signore utilizzano per portare la spesa a casa.
"Come ti chiami? Non ti ho mai vista da queste parti"
"...."
"Io si, ci vengo spesso"
"...."
" Sempre solo si, la compagnia di un'altra persona potrebbe rovinare l'atmosfera, il paesaggio"
"...."
"No, tu no. Tu sei parte integrante del paesaggio, come le colline che si intravedono attraverso la foschia, all'orizzonte. Come quegli alberi che non aspettano altro, se non la primavera, per mettere foglie. Come questi immensi prati, ormai diventati catena di montaggio tra le mani avide dell'uomo"
"...."
"Ci vengo spesso si, ogni domenica mattina"
"...."
"Vengo presto, sempre verso quest'ora, prima che i motociclisti e gli avventori dell'agriturismo trasformino questa desolazione in baraonda"
"...."
"Soprattutto d'inverno, d'estate non c'è la nebbia"
"...."
"Pensavo non me l'avresti mai chiesto, mi chiamo..."
"...."
"Ah, ok. Preferisci non saperlo?"
"...."
"E perchè non dovresti cercarmi?"
"...."
"Capisco..."
.
.
.
"I tuoi piedi! Sono nudi!"
"...."
"E non ti capita mai di sentire freddo? In questo periodo, a quest'ora..."
"...."
"Mi piace lo smalto rosso, questo colore appariscente. Ogni parte del nostro corpo è degna di essere mostrata, messa in evidenza, anche quelle che solitamente sono meno..."
"...."
"Esatto"
.
.
.
"Che fai?"
"...."
"Si ma, qui? ora?"
DISCLAIMER: Si avvisa lo spettabile pubblico che questo racconto è il proseguio di "ossessione". Potrete trovarlo sempre su questo blog. E' vivamente consigliata una lettura di quel racconto prima di immergersi in questo. Alcuni passaggi potrebbero risultare incomprensibili.
Il momento sembra non arrivare mai, il momento nel quale finalmente sarai mia. Ti ho vista correre via spaventata, cadere, farti male per via dei tacchi alti, ma non mi sono dato per vinto. Ti ho cercata, scovata, seguita, conosciuta. Tu non mi hai riconosciuto per fortuna, altrimenti saresti scappata via di nuovo ed io ne sarei morto. Lasciare che i capelli e la barba crescessero è stata un'ottima idea.
Ho richiuso la porta, domandandomi se fosse tua quella chioma rossa, quel pallido viso dai lineamenti marcati ma gradevoli alla vista, quel corpo pefetto nelle sue piccole dimensioni. Ho richiuso la porta e sono corso in bagno, davanti allo specchio, iniziando ad insultarmi silenziosamente per la mia stupidità, per la mia pazzia non troppo latente. Mi sono immerso nella vasca dopo averla riempita di acqua calda, bollente, ed ho pensato a te. Una solenne promessa: rivederti. Anche una volta sola.
Scoprire chi fossi non è stato facile, lo ammetto. Mi è costato tutto quello che possedevo, tutti i miei progetti, il mio lavoro. La mia vita. Tutto ha perso importanza di fronte all'immagine del tuo viso spaventato dal mio corpo nudo, dal mio viso sfigurato dalla rabbia, dalla frustrazione. Tutto ha perso importanza di fronte alla tua corsa forsennata per fuggire da me, da quella immagine di me che presumibilmente ti sarà rimasta impressa. Ho cambiato me stesso, il mio aspetto, la mia vita per farti dimenticare quel terribile momento. Sembra ch'io ci sia riuscito, ma forse è meglio non dirlo a voce troppo alta: i desideri urlati se li porta il vento.
Ti ho rivista per caso qualche mese dopo il primo, nefasto incontro. Ti ho rivista al supermercato indecisa tra due completini intimi. Ho comprato poi quello che hai lasciato: era evidente il tuo dispiacere nel farlo. Da allora lo tengo nel mio letto a due piazze, sul lato che presto sarà da te occupato, sognandoti mentre lo indossi, mentre te lo tolgo. Te lo darò al nostro primo appuntamento, facendo finta di nulla, per farti credere di avere i tuoi stessi gusti. Ti porterò in un ristorante romantico, uno di quei posti con una candela profumata su ogni tavolo, dove si beve vino di qualità e si mangia pesce fresco, sul lungo mare, musica di sottofondo come le onde che si infrangono sulla riva. Al tramonto. Passeremo la notte insieme in spiaggia, faremo l'amore, prima di immergerci nell'acqua fredda, completamente nudi. All'alba.
Sono seduto in macchina. L'ennesimo casuale incontro tra di noi sta per avvenire. L'ora di chiusura del tuo negozio sta per arrivare. L'ansia sale mentre ripasso a mente ciò che dovrò dirti. Sto per chiederti un appuntamento. Abbasso il finestrino per permettere all'aria fresca della sera di congelare la tensione. Un cliente si ferma davanti alla vetrina, sembra interessato. Muove un passo verso l'ingresso. Non entrare, mi ripeto sottovoce, tentando di convincerlo. Non entrare. Lui si ferma davanti al'ingresso, si volta verso la vetrina, torna ad osservarla attentamente. Mi decido a scendere dalla macchina, è troppo indeciso: le farà perdere tempo, lo farà perdere a me. Ne ho già perso troppo.
Mi fermo davanti all'ingresso, lo guardo. Lui non parla, ma sta chiedendomi cosa voglio, con lo sguardo. Gli faccio cenno di andarsene, lui mette il broncio, bambino capriccioso. Allora si avvicina, sembra voglia farmi un dispetto entrando nel negozio. Lui è più grosso di me, ma io sono più motivato, più disperato, più cattivo. Lui tenta di spostarmi, non doveva farlo. Mi basta poco per lasciarlo a terra, sono una furia, non mi fermo, continuo a infierire sul suo corpo ormai sdraiato in terra senza sensi. La gente che passa mi guarda spaventata, attraversa la strada per non passarmi vicino. Qualcuno prende un cellulare, lo vedo ma non mi spavento: io ho ragione, lui mi ha provocato, è legittima difesa.
La porta del negozio si apre, ne esce lei, forse attirata dalle mie urla spaventose, dalle sue urla strazianti. Inizialmente le dò le spalle, finchè non la sento gemere spaventata. Mi giro verso di lei, il mio volto è ancora una volta deturpato dalla rabbia. Forse per questo ho l'impressione mi riconosca, forse perchè io rivedo e riconosco la sua espressione, quella stessa che aveva la prima volta in cui la vidi, davanti alla porta di casa mia. Quella espressione...
Qualcosa dentro di me sembra rompersi, morire.
Rimango immobile a guardarla, inebetito.
Lei richiude la porta alle sue spalle, a chiave.
Io sento le sirene avvicinarsi, ma resto immobile.
Lo sguardo fisso su quella porta chiusa.